PLASTICA 2020 PLASTICA 2020

Tutto serve per fare cassa

L’Unione Europea, all’inizio del 2019, ha dichiarato guerra alla plastica per alcune tipologie merceologiche: introducendo una messa al bando per i prodotti monouso. Tale decisione entrerà in vigore gradualmente dal 2021 e si applicherà per gradi e non per tutti i settori dove vengono utilizzati i polimeri plastici. Ed è bene sottolineare questa gradualità di introduzione e di messa a regime.

 


Il Governo italiano, sull’onda dei movimenti “Strike for future” promossi da Greta Thunberg, ha deciso di introdurre una tassa di 1 euro al kg per gli imballaggi di plastica, perché sarebbe il nuovo nemico dei sistemi ecologici planetari. Il condizionale è d’obbligo perché il problema non è l’uso della plastica, ma il suo corretto smaltimento, che dipende dalla civiltà umana. Ma non vogliamo entrare ora in dibattiti ambientali ed etici, piuttosto limitarci agli effetti economici della scelta del Governo giallo-rosso.

 


Va premesso che in Italia le imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi in plastica versano annualmente un contributo al Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi. La finalità di questo contributo è di incentivare l’uso di imballaggi maggiormente riciclabili, collegando il livello contributivo all’impatto ambientale delle fasi di fine vita/nuova vita del prodotto. Le aziende pagano una cifra che va dai 150 ai 546 euro a tonnellata prodotta (da 0,15 a 0,54euro al kg) a seconda delle varie classi di prodotto, con un contributo più alto per i prodotti non riciclabili e più basso per quelli riciclabili.

 


Con la legge finanziaria il Governo introdurrà questa ulteriore tassa, di 1 euro al kg a prescindere dalla tipologia di imballaggio. Pertanto, al contributo Conai, si aggiungerà la nuova tassa, portando ad esempio la tassazione ambientale del PET, il materiale con cui sono fatti quasi tutte le bottiglie dell’acqua e i flaconi che abbiamo in casa, dall’attuale contributo di 0,20 centesimi al kg a 1,20 euro al kg. Attualmente la quotazione del PET al KG è di 0,90 centesimi di euro. Con la nuova tassa, da giugno 2020, il costo del PET al kg passerà da 1,1 euro (prezzo di mercato, più Conai) a 2,1€ al kg. Un aumento quasi del 100% che non potrà che avere effetti devastanti per il settore di produzione e che verrà poi scaricato, per le plastiche ad uso domestico, sul consumatore, che vedrà rincari dei prodotti per il solito motivo che costerà molto di più produrre il flacone che li contiene (la stima è di +10% del costo di ogni flacone). È vero che saranno rincari di pochi centesimi a confezione, ma l’effetto sommatoria sottrarrà alle tasche delle famiglie italiane un po’ di euro un centesimo alla volta.

 

Regno Unito

In Gran Bretagna qualcosa è già stato messo in moto, ma prima del 2022 non sarà possibile toccare con mano alcun risultato. Una tassa simile alla Plastic Tax italiana dovrebbe essere applicata a tutti gli imballaggi in plastica monouso che non contengono almeno il 30% di componente riciclata, ed è proprio in base a questa proporzione che varia la tassa stessa.

Per quel che riguarda la plastica monouso, la misura adottata dal Regno Unito nel 2018 è stata la prima in Europa, ma come detto, la misura entrerà effettivamente in vigore nel 2022. L'obiettivo sarebbe quello di penalizzare le compagnie che immettono nel mercato imballaggi difficili da riciclare, in linea con la strategia del governo mirata alla riduzione della plastica a favore di un incremento del riciclaggio, per la quale nel Bilancio 2018 furono stanziati 20 milioni di sterline, pari a circa 25,5 milioni di dollari.

I costi stimati per i rivenditori e per i produttori dovrebbero oscillare tra i 500 milioni e il miliardo e mezzo di sterline l'anno, con costi in previsione più elevati per le aziende alimentari e delle bevande. Ma secondo un sondaggio condotto da Ingredient Communications, almeno metà dei consumatori in Gran Bretagna è favorevole alla plastic tax.

 


Finlandia

In Finlandia alcune soluzioni sono state studiate già dagli anni '90, ben prima che venisse emanata la direttiva europea che risale al 1994. Il metodo che viene usato in Finlandia si basa sul registro degli imballaggi dal quale dipendono i consorzi di filiera.

La tassa in questo caso riguarda gli imballaggi di bevande non alcoliche, escluse quelle nei cartoni naturalmente, e impone ai produttori e agli importatori di merce imballata, il pagamento di una somma pari a 51 centesimi di euro al litro sui contenitori riutilizzabili se non aderiscono a un sistema di deposito cauzionale per il riutilizzo, e dello stesso importo per litro sui contenitori non riutilizzabili se non aderiscono a un sistema di deposito cauzionale per il riciclo o a un sistema EPR (responsabilità estesa del produttore) nel caso di contenitori non riutilizzabili.

 


Norvegia

In Norvegia c'è la cosiddetta basic tax, e funziona più o meno come quella finlandese. Si tratta di una tassa che viene applicata in sostanza sui cosiddetti imballaggi "a perdere" mentre non è prevista per quelli che si possono riutilizzare se inseriti nei vari circuiti.

Ricordiamo però che la Norvegia è il Paese in cui il 96% delle bottiglie di plastica viene riconsegnato ai negozi e riciclato tramite il sistema di DRS (Deposit Return Schemes) molto in uso anche nel resto della Scandinavia e in Germania.

I costi di raccolta e riciclo però devono essere coperti, e a pagarli sono anche produttori e importatori di merce imballata. A loro spetta il pagamento di una tassa ambientale sui contenitori riutilizzabili e non riutilizzabili di tutti i tipi di bevande, ma non solo, anche quello di una 'basic tax' in aggiunta, sui contenitori non riutilizzabili di tutti i tipi di bevande, eccezion fatta per latte e bevande a base di latte.

 


Danimarca

In Danimarca è stata studiata una tassa il cui importo varia in base ad alcuni dati. Si chiama tassa verde e riguarda tutti i materiali di imballaggio, ma aumenta o diminuisce a seconda dei risultati di studi Life Cycle Assessment, mirati a valutare l'impatto ambientale dei vari materiali potenzialmente inquinanti.

Il sistema DRS (Deposit Return Schemes) diffuso nei paesi scandinavi, che in parole povere si basa sul principio del 'vuoto a rendere' viene applicato solo per determinati tipi di imballaggio, come ad esempio la birra e le bibite analcoliche gassate.

In Danimarca vige un sistema rigido quanto efficiente per lo smaltimento dei rifiuti, perché tutto ciò che non si può compostare o riciclare, quindi si parla di oltre la metà dei rifiuti con l'eccezione di quelli speciali, non va a finire nelle discariche ma direttamente nei termovalorizzatori. Qui i rifiuti vengono bruciati per produrre energia che serve a scaldare il Paese.

 


Germania

Anche in Germania esiste un sistema basato sul deposito cauzionale, ma nessuna tassa sui rifiuti. Questo sistema prevede che per ogni bottiglia da un litro e mezzo sia prevista una cauzione di circa 20 centesimi di euro, che vengono poi restituiti una volta che il consumatore deposita la plastica utilizzata nell'apposito compattatore.

Dal 1 gennaio 2019 inoltre è entrata in vigore in Germania la nuova legge sugli imballaggi VerpackG (la precedente era denominata VerpackV) e ha introdotto alcune interessanti novità nell'ottica di una maggiore trasparenza, più controllo e responsabilità da parte del produttore.

Alcune delle modifiche introdotte riguardano le quote permesse per i diversi materiali, con un aumento delle percentuali minime che ogni sistema è tenuto a destinare al riciclo. Alle stesse regole si sono dovute adeguare anche le aziende straniere, tra cui quelle italiane naturalmente, che esportano prodotti sul mercato tedesco. Pena per il mancato adempimento degli obblighi il pagamento di sanzioni pecuniarie che possono raggiungere importi anche di diverse decine di migliaia di euro.